Crisi di fiducia e di liquidità: il punto sulla situazione dei mercati finanziari e dell’economia reale

di Maurizio Giuliani
2007

La crisi dei mutui subprime unita alla poca trasparenza delle banche statunitensi in merito alla contabilizzazione a bilancio degli stessi, continua ad acuirsi di giorno in giorno, e potrebbe portare al fallimento di alcune istituzioni finanziarie mondiali. Il nervosismo sui mercati finanziari è palabile, l’indice Vix, che misura la volatilità sui mercati è in rapida crescita.

L’incertezza sulle reali perdite delle banche è la causa principale di questa situazione, nessuno, infatti, conosce le reali perdite delle banche, neanche loro stesse; Citibank ha infatti comunicato che le perdite derivanti dai mutui subprime potrebbero essere comprese tra 8 ed 11 miliardi di dollari, ma non si riescono a quantificare con esattezza; a tal proposito la Goldman Sachs ha ridotto il giudizio operativo sul titolo Citigroup indicando proprio che la banca dovrà effettuare ulteriori svalutazioni comprese tra i 13 ed i 15 miliardi di dollari nei prossimi due trimestri.

Morgan Stanley, la seconda banca americana, ha reso noto che le perdite derivanti dalla crisi dei subprime taglieranno gli utili aziendali nel corso del quarto trimestre fiscale di almeno 2.5 miliardi di dollari; nei soli ultimi due mesi la banca ha generato perdite per 3.7 miliardi di dollari. La situazione internazionale e quella dei mercati finanziari è giunta ad un punto molto delicato, il dollaro potrebbe perdere lo status di valuta internazionale e ciò comporterebbe massicce vendite di asset denominati in dollari sul mercato statunitense, con conseguenti ulteriori cali sia sul mercato finanziario che su quello immobiliare.

Le due agenzie governative di concessione mutui ipotecari, la Fannie Mae e la Freddie Mac potrebbero generare perdite nel trimestre molto al di sopra delle attese degli analisti finanziari di Wall Street proprio a causa del pessimo andamento del mercato immobiliare residenziale, ma anche di quello commerciale. E’ ormai evidente che stiamo assistendo ad un calo dei valori immobiliari che non si vedeva dalla Grande Depressione e probabilmente le due società governative dovranno correre prestamente ai ripari annunciando massicci aumenti di capitale o svalutare le loro esposizioni finanziarie in mutui ipotecari per continuare a far fronte alla situazione attuale.

Fannie e Freddie hanno continuato ad aumentare le loro quote di mercato acquistando o fornendo garanzie per quei mutui immobiliari che la maggior parte degli investitori abbandonava, ma ora, che il prezzo delle case continua inesorabilmente a scendere, l’onda lunga dei fallimenti potrebbe colpire anche le due agenzie. Le due società insieme garantiscono o possiedono mutui ipotecari per 4.8 trilioni di dollari: quando il mutuatario fallisce la Freddie e la Fannie devono rimborsare il proprietario degli asset backed securities. A causa del credit crunch, secondo l’ultima ricerca condotta dalla Moody’s Investors Service, anche il settore immobiliare commerciale, che negli ultimi sette anni ha praticamente raddoppiato di valore, inizia a cedere sotto la pioggia di vendite. Nel solo mese di settembre, infatti, come riporta lo studio, il valore degli edifici commerciali è sceso dell’1.2% rispetto al mese precedente.

L’infezione del mercato immobiliare residenziale si sta dunque espandendo in altri settori dell’economia e il calo dei valori delle proprietà commerciali potrebbe esacerbare la situazione del mercato immobiliare nel suo complesso, aggiungendo all’economia reale ulteriori problemi di difficile soluzione.

Inoltre l’indice della fiducia del Michigan è sceso drammaticamente a 75 punti rispetto alle previsioni degli economisti che lo indicavano a 80 punti. Ciò sottolinea come i consumatori siano particolarmente attenti alla situazione del credito e delle banche in generale, prospettando così una stagione natalizia molto cauta sul fronte della spesa.

Il calo del biglietto verde nei confronti delle principali valute internazionali ha poi come effetto collaterale l’importazione di inflazione, nonostante le esportazioni possano aumentare nel breve termine. Il prezzo del greggio prossimo ai 100 dollari al barile risveglia i timori degli economisti su una possibile recessione nel corso del 2008, ed i massimi raggiunti dall’oro, a 841 dollari l’oncia, denotano come il bene rifugio per eccellenza sia molto richiesto in questi momenti di crisi e turbolenza finanziaria, sottolineando come questi timori siano molto più realistici di quanto si possa credere.

Il calo del dollaro potrà, come dicevamo, beneficiare alcune imprese multinazionali permettendo loro di vendere i prodotti e servizi a prezzi più contenuti, tuttavia, nel medio termine la situazione di un dollaro debole potrebbe ritorcersi contro i mercati finanziari andando a penalizzare i titoli azionari proprio sull’onda della sfiducia degli investitori nella valuta statunitense.

Le economie in via di sviluppo, come Cina, India e Brasile e quelle esportatrici di greggio, come Arabia Saudita, Emirati e Kuwait siedono letteralmente su una montagna di dollari che giorno dopo giorno perde valore, così questi paesi stanno decidendo per una diversificazione delle loro riserve monetarie puntando sull’euro e la sterlina ed abbandonando progressivamente il dollaro, per evitare ulteriori svalutazioni.

Ma questo comportamento, come prevedibile continuerà ad abbassare il valore del dollaro stesso. Si consideri che dal 2003 il prezzo del petrolio in dollari risulta essere triplicato, ma in euro è di poco raddoppiato, questo a causa alla correlazione che esiste tra il dollaro ed il petrolio, più cala il primo più sale il secondo, a marginale vantaggio dell’euro. Il prossimo fronte di rischio che potrebbe portare ulteriori deprezzamenti nei conti delle banche, e conseguentemente alimentare le turbolenze sui mercati finanziari, è quello delle carte di credito: l’ammontare di denaro prestato per acquisti a rate ai consumatori potrebbe infatti incorrere nella stessa situazione dei mutui subprime, con fallimenti personali a catene ed in aumento che determinerebbero l’impossibilità di pagare le aziende creditrici.

I Paesi in via di sviluppo, insieme a India, Cina e Brasile continuano a richiedere al mercato quantitativi di greggio che risultano essere al limite della produzione, a ciò si deve aggiungere il fatto che da molti anni gli investimenti nell’upstream e nel downstream sono stati molto limitati, così, oggi, si crea un collo di bottiglia che alimenta la corsa dei prezzi. Dall’inizio dell’estate il prezzo del greggio è aumentato del 40% proprio a causa del calo drammatico del dollaro nei confronti delle principali valute internazionali e delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, ma sembra che il problema principale sia proprio da attribuire al “collo di bottiglia”, cioè molto greggio a disposizione dei mercati ma poche raffinerie che lo lavorano. La domanda complessiva di petrolio risulta essere oggi intorno agli 85 milioni di barili al giorno, che è circa di 10 milioni di barili superiore rispetto al 1999. Andrew Gould, presidente ed amministratore delegato della Schlumberger Ltd, società attiva nei servizi agli impianti petroliferi, ha notato che il 70% di tutti i pozzi petroliferi ad oggi funzionanti hanno più di trent’anni di vita, e dunque sono vecchi.

La crescita della domanda globale dal 2003 risulta essere circa l’equivalente della produzione complessiva giornaliera del Mare del Nord e del Golfo del Messico. “La nostra industria non può attualmente coprire questa enorme domanda” ha dichiarato Gould; l’OPEC riesce a coprire circa il 40% dell’offerta mondiale, ma questa quota è destinata ad aumentare nei prossimi anni a causa del calo dell’offerta dei paesi non-OPEC, in particolare Messico e Russia. L’Arabia Saudita, che è il maggior produttore mondiale di greggio prevede di aumentare sensibilmente l’offerta nel corso dei prossimi dieci anni.

Ma con un prezzo del petrolio vicino ai 100 dollari al barile, principalmente per cause speculative e geopolitiche, sarà difficile calmierare i prezzi: “L’OPEC non riesce più a controllare ilo prezzo proprio a causa dell’aumento degli investitori finanziari e delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente” ha dichiarato Mohammed bin Dhaen al-Hamli, Ministro del Petrolio degli Emirati Arabi Uniti.
I timori relativi ad una interruzione della politica monetaria espansiva da parte della Federal Reserve hanno infatti avuto come effetto quello di calmierare il prezzo del petrolio, inoltre le avvisaglie dell’inverno, ad oggi, non si sono ancora fatte sentire. Se la FED dovesse abbandonare la politica monetaria espansiva e ritornare al rigore, ci sarebbe un immediato apprezzamento del biglietto verde sull’euro e di conseguenza un rapido e considerevole ripiegamento del prezzo del petrolio, ma questa ipotesi rimane molto poco plausibile. Non è dunque escluso che dopo un picco il prezzo del greggio possa ritracciare in area 80 dollari al barile già a partire dal mese di gennaio prossimo.

I dati relativi ai consumi nel trimestre fondamentale dell’economia americana, quello che include gli acquisti natalizi, non risultano essere brillanti, anzi, e l'utilizzo delle carte di credito nell'ultimo mese in America ha subito una delle più grandi contrazioni degli ultimi anni. Segnaliamo a questo proposito i dati rilasciati dalla Federal Reserve consultabili all’indirizzo internet: http://www.federalreserve.gov/releases/g19/Current/
I fallimenti personali sono cresciuti del 48% a 391.105 nei primi sei mesi del 2007 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, e ciò ben prima che scoppiasse la bolla immobiliare di luglio, pertanto nella seconda metà dell’anno è presumibile ritenere che i fallimenti aumenteranno considerevolmente, con un ulteriore allargamento del rischio del credito. Sul fronte europeo, infine, i rischi legati al “credit default” continuano a crescere sensibilmente, i contratti sul iTraxx Crossover Index delle 50 maggiori società europee, che detengono crediti ad alto rischio di rating, ha visto crescere le quotazioni di 6 basis points a 375 bp. L’indice è un benchmark per il costo della protezione delle obbligazioni contro eventuali fallimenti, che cresce quando le prospettive del credito peggiorano.


 
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